Gianni Mura, maestro di giornalismo

21 Marzo 2020

Amava guardare la gente in faccia, pescare nel profondo di sé e di chi gli stava davanti. Addio alla storica penna di Repubblica scomparso a 74 anni

 

di Giorgio Cimbrico

Sardo cresciuto a Milano, Gianni Mura ha avuto il tempo di vedere Filippo Tortu, brianzolo di Sardegna, e ha capito che c’era della stoffa, della seta pura ordita con il lavoro duro. Un’intuizione, una presa di coscienza, una punta di orgoglio isolano che racchiudevano quel che Carlo Verdelli, il direttore di Repubblica, ha sintetizzato in tre parole che in queste ore tracciano il migliore dei ritratti possibili: “Un talento purissimo e brusco”.

Di Gianni c’è tutto e tutto il resto può sembrare inutile, un orpello, parole vuote che lui non gradirebbe. Lui era per la prosa asciutta, con gli aggettivi necessari, giusti, per sconfinare nella poesia, nel canto della terra, nel gusto della vita da assaporare in un piatto, in un bicchiere, in una definizione enigmistica intelligente, in un eterno gioco della memoria che aveva ferrea, implacabile, gettando passerelle, ponti, linee di comunicazione che univano i canali dei suoi interessi. Tanti.

Ricordo un paio di serate in un Kiev fredda. “L’unica cosa bevibile è questo Cabernet bulgaro”, disse. Vero. Finita la bottiglia pescò nella borsina che teneva sempre con sé e ne estrasse le carte. “Genovesi o piacentine?”. Il tressette per me era un continente sconosciuto, arduo. Ripiegammo sulla cirulla, gioco semplice e rapido. La borsina conteneva anche una scorta di Ms, i fiammiferi di legno, la Settimana Enigmistica, la matita (“il vero enigmista non usa la penna”), la gomma. Era la sua razione K, erano i suoi canoni semplici e raffinati.

Non dimenticava niente. Negli ultimi giorni dell’anno sintetizzava tutto quel che avevano raccontato i 365 giorni che avevamo alle spalle, cronache marziane per ricordare imprese, colpi di genio, stupidità. Vedeva l’atletica da lontano ma sapeva tutto quel che avveniva e in quel caleidoscopio molti dei sassetti colorati venivano dalle spiagge del nostro mondo.

Gianni era un buongustaio della vita e il Tour era una magnifica tavola imbandita anche quando le Arpie del doping l’hanno insozzata. Storie, chanson de geste narrata senza enfasi, deviazioni, soste improvvise per cimiteri che ospitavano personaggi memorabili, serate a base di cassoulet anche quando i cambiamenti climatici cominciavano a far piovere sudore su quella carne d’oca, picchiettio di tasti in sale stampa sempre più silenziose: è stato l’ultimo cavaliere dell’Olivetti lettera 32.

Quando gli dicevano che era il successore di Brera, declinava l’eredità. Non scriveva epinici, non amava le iperboli né le citazioni classiche. Amava guardare la gente in faccia, capire di che pasta era fatta con domande semplici, provando a ricostruire una psicologia da un groviglio di ricordi da dipanare. Erano esercizi di nostalgia che riguardavano lui e il suo interlocutore, una recherche lieve, senza complicazioni, ma che riusciva a pescare nel profondo di sé e di chi gli stava davanti. Brera disse di se stesso che era un principe della zolla, Gianni non si è mi addentrato in definizioni di se stesso. Andava avanti, con i suoi sette giorni di cattivi pensieri che in questo mondo sempre più agro erano buoni pensieri, frustando gli imbecilli, lodando chi non buttava al vento quel che di umano e lieve, e così di poetico, è in noi.

Gianni amava Brel, Brassens, la Piaf. Chissà quale canzone avrebbe scelto per il suo addio. Chi scrive non ha una conoscenza così profonda di quei magnifici francesi, cantori di storie semplici umanissime, a volte disperate, piene d’amore, di rimpianti da rigettare. E così penso all’addio alla vita che Richard Strauss scrisse negli Ultimi Quattro Lieder, con quei colori soffusi, con quello spegnersi lento. Sino all’ultima nota che si dissolve.

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