Montecarlo la fabbrica dei risultati

19 Luglio 2017

Venerdì la Diamond League fa tappa all'Herculis di Montecarlo. Lo stadio monegasco è stato cornice principesca di risultati e record.

di Giorgio Cimbrico

Il signor Usain e il dottor Bolt. O viceversa. Vicini all’ultimo sparo, all’ultimo avvio, all’ultimo rettilineo (almeno nell’ambito di una soirée), lui si rivela per quel che è stato e per quel che verrà ricordato, una spietata, simpaticissima, accattivante macchina da guerra quando in palio c’erano medaglie leggendarie o storiche. Con i meeting (specie con quello di Ostrava con cui è legato da un profondo affetto) non ha fatto che rendere più pingui i risparmi che si sono fatti sempre più abbondanti, ma il vero Lampo è esploso e ha accecato a Olimpiadi e Mondiali. Un cantante, un solista, un direttore scelgono la Staatsopeer di Vienna, la Scala, Berlino, Bayreuth, il Covent Garden per serate che rimarranno nella memoria. Lui ha fatto lo stesso.
I suoi tre tempi più veloci sui 100: 9.58 (WCh 2009) - 9.63 (OG 2012) - 9.69 (OG 2008).
I suoi tre tempi più veloci sui 200: 19.19 (WCh 2009) - 19.30 (OG 2008) - 19.32 (OG 2012)
I suoi tempi più veloci in un meeting: 9.72 (New York 2008) - 19.56 (Kingston 2010)
I suoi tempi più veloci in meeting di prima fascia: 9.76 (Bruxelles 2011 e Roma 2012) - 19.57 (Bruxelles 2009)
Limitando l’analisi ai risultati ottenuti nei "salotti buoni" d’Europa, la differenza con i picchi è 18 centesimi sui 100, 38 sui 200. Alle velocità che Usain ha saputo esprimere, e calcolando a palmi, due e quattro metri di differenza. I turni, che lui sbrigava senza dannarsi l’anima, servivano a preparare l'acuto, il ruggito, il big bang, ad assicurarsi una gloria che non verrà intaccata dal suo goodbye.
Risulta banalmente chiaro che il miglior Bolt sia stato quello dell’Olympiastadion di Berlino, Mondiali del 2009: stava per compiere 23 anni, era irrefrenabile. Sui 100 vinse con 13 centesimi di margine su Tyson Gay (con 9.71 il velocista del Kentucky diventò in quel momento il secondo di sempre e fornì il miglior tempo perdente della storia) e 26 su Asafa Powell; sui 200 i distacchi furono memorabili e abissali: 62 sul panamense Alonso Edward, 19.81, e 66 su Wallace Spearmon, 19.85.
Sommando i tempi delle due distanze, subito dopo la saga di Berlino, viene Londra 2012 dove Usain vinse sia sui 100 che sui 200 con 12 su Yohan Blake, 9.75 e 19.44, miglior tempo perdente della storia. I bronzi furono di Justin Gatlin, a 16, e di Warren Weir, che completò il tris giamaicano, a 52.
Pechino ovviamente rimane fondamentale: tramortì il mondo prima con l’arrivo tumultuoso e guascone sui 100, poi privando Michael Johnson di un record mondiale che sembrava destinato a resistere quanto quello di Bob Beamon. Nel Nido d’Uccello vennero anche i margini più netti: il trinidegno Richard Thompson, 9.89, rimediò 20, e Walter Dix 22; Shawn Crawford, campione uscente, risultò, come dicono gli inglesi, un lontano secondo a 66 e Dix mise le mani su un altro bronzo a 68.

Sei anni fa, sulla strada di una Daegu che si sarebbe rivelata amara (e falsa…), Usain Bolt assaggiò la pista monegasca: era il 22 luglio 2011 e il Lampo percorse il rettilineo in 9.88, senza privare Asafa Powell del record del meeting, 9.82 dell’annata 2008. La prestazione del calligrafico ed emotivo giamaicano sarebbe stata spazzata nel 2015 (9.78) da Justin Gatlin che, un anno prima, al Louis II si era esibito n uno dei più convincenti 200 di carriera: 19.68, mettendo le mani sul record del meeting, 19.72 di Tyson Gay. Inutile sottolineare che 19.72, per il mondo dell’atletica azzurra, risvegli orgoglio e dolore.
Ora sta per essere scritto un altro capitolo del lungo addio di Usain Bolt.

Per chiudere con i meeting, il Titano di Giamaica ha scelto l’Herculis di Montecarlo, dove ha lasciato qualche traccia: 9.88 il 22 luglio di sei anni fa, prima di partire per la sfortunata spedizione in Corea.

Wayde van Niekerk, detto Waydream, ormai erede designato di Usain, ha tutte le chance per entrare nel club dei "principeschi" primatisti: con il 43.62 alla Pontaise il sudafricano ha privato Michel Johnson del record di Athletissima, 43.66 nel ‘96. Ora il compito appare più agevole: nel ’98 qui il texano dalle frequenze martellanti corse in 43.96.
Trent’anni di fatiche dell’Herculis hanno prodotto una collezione di risultati in grado di oscurare le luci accese in templi assi più antichi dello stadio che, nel formato attuale, risale anno più anno meno alla nascita dell’appuntamento. Quel che impressiona, e tutto sommato sorprende, è che, in una località marina, dove spesso l’estate assicura alte temperature, sia quella che gli inglesi chiamano "distanza" ad assicurare una messe formidabile che tempesta le zone alte delle liste di sempre.
Nel Principato, dal 1995 al 2015, 17 atleti sono stati capaci di correre i 1500 sotto i 3:30.00. Ad aprire quel che, più che elenco, può esser etichettata epopea, Noureddine Morceli, 3:27.52; a chiudere, per il momento, Asbel Kiprop che due anni fa portò la più seria minaccia al quasi ventennale record del mondo di Hicham el Guerrouj chiudendo in 3:26.69 e trasformandosi nel "terzo uomo", a 69 centesimi dal magnifico marocchino e a 35 da Bernard Lagat. La stagione ’95 sulla Costa Azzurra di Morceli risultò memorabile: il 12 luglio, al meeting di Nizza (altra Mecca dei migliaroli), strappò a se stesso, in versione reatina, il record del mondo in 3:27.37; il 25 luglio, a Montecarlo, lo mancò per 15 centesimi e il 9 settembre, ancora al Louis II (finale del Grand Prix) di un secondo tondo, 3:28.37.

Il record del mondo, mai venuto tra gli uomini (quello europeo sì, in un’estemporanea esibizione di Mo Farah, 3:28.81 nel 2013), è arrivato tra le donne nel 2015: con 3:50.07 Genzebe Dibaba ha cancellato dopo 22 anni gli stordenti risultati del Reparto Rosso Femminile: la definizione è presa da un "musical di stato" che ebbe un certo successo. Nella scia dell’etiope Sifan Hassan corse in 3:56.05, un tempo che quest’anno l’olandese ha sfiorato ad Hengelo centrando in 3:56.14 il mondiale stagionale.,
La ricerca negli archivi porta ad altre interessanti riesumazioni: il 5,04 mondiale di Yelena Isinbayeva del 2008 (il 5,03 romano ebbe vita breve, 18 giorni, e poco, 20, ne ebbe questo volo: a Pechino sarebbe stata la volta di 5,05), il 7:53.64 di Brimin Kipruto, a un centesimo (!) dal mondiale di Said Saaeed Shaheen e una raffica di prastazioni (otto) tra 7:55.76 e 7:58.98 firmate da Ezekiel Kemboi, da Shaheen, da Paul Kipsiele Koech, da Brahim Boulami e da Bernard Barmasai e il raccolto degli 800, cospicuo quasi quanto quello dei 1500: un elenco che si apre con l’1:42.45 di Nijiel Amos (è tornato in forma molto lucida il 23enne del Botswana) e prosegue con altri dieci tempi sotto gli 1:43.00, grazie al contributo di un cast variegato: dal bosniaco Amel Tuka al francese Pierre Ambroise Bosse, dal kenyano di Danimarca Wilson Kipketer a quello del Bahrein Yussuf Kamel, dai kenyani doc David Rudisha e Ferguson Cheruiyot al russo Yuri Borzakovski, dal dijbutiano Ayanleh Souleiman allo svizzero Andre Bucher.

 



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